ReggioNelWeb.it 10/04/2012
La nostra città è stata sede del convegno nazionale “La Scuola ci riguarda tutti”, un’occasione di confronto tra insegnanti, genitori e studenti voluta dalla sezione reggiana dell’Associazione delle famiglie adottive e affidatarie (ANFAA). La giornata è stata strutturata come un tipico giorno di scuola, con tanto di intervallo-pranzo curato dalle Fattorie Didattiche che, coinvolgendo gli allievi dell’Istituto Alberghiero “Motti”, hanno offerto e servito prodotti naturali tipici delle nostre terre ad oltre 200 persone.
Hanno contribuito alla realizzazione del convegno anche gli studenti dell’Istituto “Matilde di Canossa”, dell’Associazione “PerdiQua”, e del Corso di Scienze della Formazione Primaria dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Il fiore di carta, che le Fattorie hanno chiesto agli anziani di un Centro Diurno di preparare per ogni partecipante a ricordo della giornata, è accompagnato da un bigliettino il quale riassume molto bene lo stile che si auspicherebbe potesse guidare l’organizzazione scolastica; esso recita: “L’ho fatto per te.”
Iniziamo a fare chiarezza sul tema: che cos’è la scuola democratica che chiedete?
È una scuola dove veramente ci sia attenzione a tutti, dove sia messa al bando l’esclusione e dove si costruiscano relazioni importanti, partendo dall’interazione tra insegnanti e genitori. Chiediamo un’attenzione particolare per gli alunni più in difficoltà, non solo adottivi e affidatari, ma anche disabili, stranieri, a chi cambia città, ai caratteri più fragili, a chiunque si senta un pesce fuor d’acqua insomma.
Quali sono le difficoltà dei “vostri” bambini?
Per quanto riguarda i bambini adottati oggi si tratta per lo più di adozioni internazionali, soggetti non più piccolissimi che vengono inseriti nella scuola primaria senza conoscere la lingua. Non è ancora stato approfondito a dovere il trauma che comporta l’abbandono della lingua madre e degli effetti che questo ha sull’apprendimento. Per gli immigrati è diverso, in casa continuano a parlare la loro lingua, mentre per i bambini adottati la lingua madre viene proprio cancellata perché i nuovi genitori non sono in grado di parlarla.
Lingua a parte, quali segnali vi trasmettono i bambini?
Ci fanno capire che si impara meglio quando si sentono sereni, e questo vale, oltre che per tutti i bambini, specialmente per gli affidatari. Questi bambini attraversano momenti di grande conflitto con le materie di studio, le sentono lontanissime: è come se la loro mente fosse distratta da una musica che sentono solo loro e non hanno memoria per nuove nozioni. Ci sono materie poi in cui è facile commettere errori nell’insegnamento che vanno a creare una frattura con l’alunno.
Ad esempio in storia?
Sì, specialmente alle elementari quando si tratta della storia personale di ogni bambino. Obbligarli a raccontare delle cose quando non ne hanno voglia, o costringerli a fare finta di essere come gli altri non fa di certo bene, la loro storia è diversa, una scuola attenta non può non tenerne conto.
Anche alcune ricorrenze sono delicate…
Sì, come la festa del papà o della mamma, che al giorno d’oggi mettono in difficoltà moltissimi bambini, anche i figli di genitori separati. Il concetto di famiglia del Mulino Bianco è molto distante dalla realtà e la scuola dovrebbe usare la massima sensibilità, trattando questi temi in modo da comprendere tutte le esperienze. L’obiettivo del convegno messo in piedi dell’Anfaa era proprio questo, sollecitare la scuola all’ascolto dei singoli e a non essere più la scuola del “si fa così e basta”.
Che differenza c’è tra affido e adozione?
L’affido dura al massimo due anni, poi il periodo è prorogabile se interromperlo reca danni al minore. Ci sono affidi molto brevi, come nel caso di una mamma sola che va in ospedale per qualche giorno, e ci sono affidi più lunghi. Per diventare una famiglia affidataria bisogna dare la propria disponibilità ai servizi sociali e frequentare un corso di formazione e orientamento. Se si conferma la disponibilità, si passa ai colloqui con l’assistente sociale e con lo psicologo, e se tutto va bene si viene inseriti in una lista e interpellati al bisogno. Non è una procedura semplice, bisogna essere flessibili, ancora una volta.
Perché si sceglie di adottare?
Oggi che la sterilità è in aumento invece l’adozione risponde per lo più al bisogno di essere genitori. Non è facile affrontare un percorso di questo tipo, e infatti le restituzioni di bambini adottati sono in aumento perché le famiglie pensano di non farcela. A mollare per primi di solito sono gli uomini, specialmente quando i bambini arrivano in età preadolescenziale. Voglio sottolineare però che nelle persone c’è una generosità che non si immagina neanche.
In Italia però non è facile adottare.
Sì, in Italia sono pochi i bambini dichiarati adottabili e questo da un lato è positivo. I giudici vanno molto piano a dare i bambini in adozione, magari hanno nonni, zii o qualcuno a cui sono legati nella rete parentale che non siano i genitori, più semplice è il caso delle mamme che abbandonano i bambini in ospedale appena nati, senza riconoscerli, una possibilità giuridica ancora troppo poco conosciuta.
Meglio dell’aborto?
Certamente. Così il bambino andrà incontro a una vita normale e la mamma non verrà neanche nominata. A livello psicologico è pesante, certo, ma un aborto non lo è certo meno, anzi.
Qual è il ruolo dell’Anfaa?
Innanzitutto confrontarsi e condividere le proprie esperienze in materia di adozione e affidamento. Ci sono gruppi di mutuo aiuto, confronti a tu per tu, convegni, incontri nelle scuole…tutto per diffondere la mentalità dell’accoglienza, della famiglia aperta, oltre naturalmente a vigilare sulle politiche per i minori a livello locale e nazionale.
F.M.