ReggioNelWeb.it 13/5/2012
Atti degli Apostoli 10,25-26.34-35.44-48.
Mentre Pietro stava per entrare, Cornelio andandogli incontro si gettò ai suoi piedi per adorarlo.
Ma Pietro lo rialzò, dicendo: "Alzati: anch'io sono un uomo!".
Pietro prese la parola e disse: "In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone,
ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto.
Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso.
E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliavano che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo;
li sentivano infatti parlare lingue e glorificare Dio.
Allora Pietro disse: "Forse che si può proibire che siano battezzati con l'acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?".
E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Dopo tutto questo lo pregarono di fermarsi alcuni giorni.
Prima lettera di san Giovanni apostolo 4,7-10.
Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio.
Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.
In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui.
In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.
Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 15,9-17.
Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.
Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.
Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati.
Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.
Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando.
Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.
Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.
Diario liturgico di Antonella Jori
Se venissimo chiamati a esprimere quali passi delle Scritture bibliche, in particolare neotestamentarie, sono più essenziali in riferimento a chi sia il nostro Dio che adoriamo, penso che ne scaturirebbero le letture offerteci oggi dalla sapiente premura dello Spirito, soffio materno e santo della chiesa. L’intero snodarsi del percorso e ognuno dei suoi passaggi custodisce questa essenzialità. Vediamola insieme. Nel passo degli Atti Pietro evita che Cornelio, evidentemente toccato dalla sua fama di taumaturgo, gli si prostri a terra quasi in adorazione.
Pietro si vive in verità e sa bene che la potenza di guarigione che scaturisce da lui come una fonte è dentro di lui, ma non nasce in lui. Questa è la verità che abita ogni discepolo e amico di Gesù se è tale e che sa bene, proprio come pure Paolo, di non esser più lui a vivere, ma Cristo in lui (Gal 2,20). Il cristiano è persona, uomo e donna, abitato da un mistero di luce e amore che lo precede, lo accompagna passo su passo e va oltre lui stesso. Questo mistero lo attraversa tutto, ma non gli appartiene, non è un possesso né un trofeo, è vento che soffia dove vuole e non sai di dove viene né dove va (Gv 3,8). Non io, ma Gesù in me, dovrebbe essere la frase-chiave di ogni cristiano che viva nell’amore, sospinto ad operare il bene. E questo Gesù stesso non è un possesso, sicché lo si possa trattenere in esclusiva, ma è offerto a tutti e ciascuno, senza preferenze di persone.
La grande scoperta di Pietro stesso è precisamente questa: che Dio non fa preferenze di persone, tanto da unire a Sé qualcuno e lasciar fuori qualcun altro, ma è salvezza donata senza limiti di tempo e spazio, purché lo si accolga. Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno mi apre, io entrerò, cenerò con lui ed egli con me (Ap 3,20). In che senso diciamo che il Signore è salvezza, che Gesù è il Salvatore? Anche il salmista oggi, rispondendo alla lettura degli Atti, ci dice questo: Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia ... ha compiuto meraviglie ... ha fatto conoscere la sua salvezza.
Possiamo intendere in cosa consista da quanto segue e cioè che il suo amore ha vinto, che Egli ha fatto conoscere la sua vittoria: il Signore è il Salvatore che dona salvezza alla mia umanità e a quella di ciascuno di noi, uno ad uno, quando è il suo amore che vince dentro di noi, quando la mia umanità è sottratta alle spinte inferiori che mi trattengono nelle tenebre di egocentrismo, narcisismo e dunque di quell’egoismo che si esprime come possessività, invidia, gelosia, separazione di ogni tipo, per aprirsi alla luce dell’amore, del bene-dire e del bene-fare; quando io non sono più il centro di me, ma lo diviene il Signore e, in Lui mia punta di compasso conficcata nel centro, ogni altro vissuto finalmente come mio prossimo (Lc 10,29-37), come mio fratello che mi viene affidato, come parte di me, come mia terra santa, tabernacolo in cui riconosco il Signore. Ed ecco la seconda lettura e il vangelo, entrambe interne alla teologia di Giovanni, che è teologia dell’amore. Giovanni scopre che Dio è amore (1Gv 4,8.16) nella sua più intima essenza. Amore è il nome di Dio quale ci viene rivelato nella nuova ed eterna alleanza; in Gesù, vero Dio e vero uomo, è corpo donato, sangue versato per ognuno di noi e per tutti, amore che ama tutti amando ciascuno come fosse unico. E se Dio è così, noi siamo chiamati a essere e operare altrettanto, perché la nostra vocazione è di essere simili a Lui, vedendolo come Egli è (1Gv 3,2; cfr. Gen 1,27).
Il Nuovo Testamento, incarnazione di Dio fin dentro al punto più basso che è la morte più ignominiosa, è la rivelazione del divino che abita tutto l’umano, dell’umano che sta conficcato dentro al divino, che è parte della definizione stessa di Dio (P. Gamberini s.j.). Dio è così tanto amore da non poter trattenersi dall’effonderlo interamente anche su di noi, espandervi la sua stessa intima essenza, rendercene partecipi, attrarci in essa chinandosi su di noi e raggiungendoci nel punto più basso, fin dentro le sofferenze più atroci, le angosce di morte (Eb 2,14-18). Poiché tutto è stato assunto, tutto è stato sanato (s. Atanasio). Poiché Dio si è fatto uomo, l’uomo, tutto l’umano, ogni essere umano, diviene parte di Dio (s. Ireneo): proprio come ci rivela Paolo attraverso l’immagine di corpo, capo e membra, Giovanni attraverso quella di vite e tralci, Pietro con quella di tempio e pietre; e come anche viene annunciato nel bellissimo mistero del sabato santo mattina, dal mistero della discesa agli inferi di Gesù.
Siamo dunque chiamati ad amarci gli uni gli altri quale compimento di tutte quante le promesse e l’alleanza, perché l’amore è da Dio e Dio ci ha amati per primo, ci ha amato Lui, mandandoci niente di meno che Suo Figlio. Gesù unifica in sé la figura di colui che consacra la vittima espiatoria, del sacerdote che la immola e della vittima stessa: Lui è altare, vittima e sacerdote perché offre sé stesso per gratuito, incondizionato e perciò purissimo amore. Vivendo in questo amore, abitandovi dentro, lasciandolo circolare in noi e da noi, noi siamo parte di questa circolazione (pericòresis) di vita trinitaria, siamo parti vive di Dio. E c’è una perdita di contabilità nell’amore di Dio che è nostro amore, una smisuratezza, una gratuità assoluta.
Questo è anche quanto ci viene rivelato dal vangelo di oggi, che di per sé più che commentare è da imparare a memoria e viverci immersi dentro, renderlo nostro liquido amniotico, nostro ossigeno, lampada dei nostri passi (Sal 118,105), luce dei nostri occhi. C’è una simmetria perfetta, un “come ... così” tra ciò che unisce il Figlio al Padre, ciò che accade tra loro, e ciò che unisce Gesù a noi, che accade tra lui e noi: Come il Padre ha amato me, così anche io ho amato voi. E allora a noi spetta rimanere nell’amore di Gesù per noi, che è amore di Figlio e Padre. Come vi si rimane? Osservando i suoi comandamenti, che sono l’amore stesso: Tutto quanto volete gli uomini facciano a voi, fatelo voi a loro quale regola d’oro della nuova alleanza (Mt 7,12); amatevi gli uni gli altri come io, Gesù, ho amato voi, fino a dare liberamente e gratuitamente la vita; benedite e non maledite anche coloro che vi perseguitano (Rm 12,14ss.); amate i vostri nemici (cfr. Mt 5,43-48), perdonate, non giudicate, siate misericordiosi (Lc 6,36-37). Amore che è benevolo, paziente, non invidioso, che non si vanta, non inorgoglisce, non cerca il proprio interesse, si compiace della verità, tutto copre, crede, spera, sopporta, non
ha mai fine (1Cor 13,4-8). Insomma, la nostra vocazione ci viene rivelata e confermata oggi come partecipazione piena, intima, profonda e alta alla vita di Dio, niente di meno, salvezza nostra perché nostra profonda dignità e libertà. Concittadini dei santi, familiari di Dio (Ef 2,9), nulla di meno. Accostàti al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all'adunanza festosa dei santi (Eb 12,22), partecipi della sorte dei santi nella luce (Col 1,12). Nulla di meno. Ce lo ha rivelato Gesù, lo cantiamo oggi come alleluia e ben a ragione ne lodiamo il Signore: Se uno mi ama, il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui (Gv 14,23). E allora ancora: possiamo divenire dimore di Dio, nulla di meno, piccole porte da cui si vede il cielo, partecipi di Maria la madre nostra, arca dell’alleanza che custodisce il Figlio, il Verbo del Dio vivente, l’amore incarnato.