ReggioNelWeb.it 3/08/2012
“Pietre ferite / come idoli pagani / nella preghiera”. “Due
pantofole / infilate dentro il nostro / tempo grigio”. “Dorme /
sull’asfalto i morsi / della fame”. Sono soltanto tre piccoli
assaggi dell’ultima fatica letteraria di Ildo Cigarini, “Il canto
capovolto” finita di stampare nel giugno scorso e già arrivata
sugli scaffali della libreria All’Arco di via Emilia Santo Stefano.
Curata da Longo Editore Ravenna, con le sue 140 pagine permette al
lettore di compiere un viaggio tra i versi di Cigarini accompagnati
dalle foto dell’artista fiorentino Gianni Neri e dalla traduzione
integrale in inglese di Thomas Haskell Simpson, autore anche della
postfazione: un viaggio in una forma poetica non troppo frequentata
in Occidente e le suggestioni di vitalità ed energia che esse
suscita.
Cigarini, come è arrivato all’haiku?
L’approdo a questa forma poetica di tre versi soltanto formati da
cinque, sette e ancora cinque versi, è il frutto di un percorso
iniziato tre anni fa quando, dietro forte spinta emotiva della morte
di mia madre, ho ripreso a scrivere poesie. Il primo momento di
raccolta dei versi più significativi è stato il testo “Gli stati
dell’anima” e da lì ho proseguito nella mia ricerca stilistica
andando a cercare forme di verso molto essenziali, asciugate direi.
Come in “Libere fiamme”.
Già, in questa terza raccolta arrivata dopo “Tracce” c’è uno
sviluppo verticale della parola in componimenti molto brevi. Da lì
il passaggio all’haiku è stato naturale. Certo prima mi sono
documentato a dovere, facendo molte letture di merito dagli autori
giapponesi come Basho agli Occidentali come Kerouac e Ungaretti, che
non hanno disdegnato l’approccio a questa forma poetica breve
quanto intensa. L’haiku pone a suo fondamento tre cose, la natura
con il cambio delle stagioni, la vita animale e l’umano sentire, un
percorso emozionale che ho subito sentito mio.
Qual è la regola d’oro dell’haiku?
Questa forma poetica non deve mai coprire il silenzio, ma esserne
parte. Vive la parola nel silenzio e lo fa nella sua forma più
estrema, in tre versi soltanto. In parte nel mio lavoro ho rispettato
la metrica, in parte sono uscito dagli schemi come hanno fatto anche
altri, molto molto più importanti di me.
Da dove trae ispirazione?
L’ispirazione parte dalle emozioni, da particolari quotidiani
vissuti intensamente, dalla voglia di raccontarsi e di raccontare ciò
che ci sta intorno, dal dolore all’amore fino all’indignazione
con parole diverse dall’ordinario.
Perché un personaggio pubblico come lei arriva a mettersi a nudo
scrivendo poesie?
Mi ha guidato il bisogno di riflettere su me stesso, la convinzione
che lo scrivere sia per me la risposta all’eccessivo rumore in cui
ci troviamo immersi. Siamo sommersi da parole a volte volgari,
esagerate, spesso inutili ed esorbitanti: se solo guardiamo al triste
spettacolo dei mass media ben si capisce perché si senta il bisogno
di ritrovare la spiritualità in senso lato, una vera lettura di se
stessi e della propria anima che porta ad avere un forte rispetto del
silenzio.
Ma si è improvvisato poeta nel 2010?
No, scrivevo anche da ragazzo. Pensate che alcune mie poesie contro
la guerra del Vietnam sono state lette in piazza, ero pienamente
immerso nella Bit Generation che vedeva nella poesia uno schiaffo al
mondo, un’efficace forma di invettiva sociale. Poi sono stato
assorbito dagli impegni professionali e dalla famiglia e per scrivere
è venuto meno il tempo o forse solo quel colpo d’occhio interiore
che ti rimette in cammino, che ti permette di dare sfogo alla tua
creatività. Lo scatto emozionale è arrivato con la morte di mia
madre e con un sorprendente viaggio di lavoro in Palestina.
Da lì non si è più fermato.
Esatto, ho ripreso a comunicare gli stati d’animo di un giovane di
60 anni che sente l’urgenza di raccontarsi senza pudori, perché
chi scrive poesie non può averne, anche se essendo un personaggio
pubblico questo può causare qualche inconveniente.
Il Cigarini poeta ha causato qualche disagio al Cigarini presidente
cooperatore?
Sì, non lo nascondo, ma come mi ricorda sempre mio fratello al mondo
ci sono anche gli amaretti, non solo le cose dolci. Per i più però
leggere i miei testi è stata una gradita sorpresa, chi ha apprezzato
la forma, chi la semplicità di linguaggio leggendola come volontà
di uscire dall’autoreferenzialità, chi ne ha colto l’intensità,
chi nulla di questo. Così ho proseguito nella raccolta di tracce di
vita che mi hanno indirettamente o direttamente sfiorato, come mio
padre. Era un poeta, sapete?
Davvero? Il Cigarini padre era già poeta?
Aveva scritto “La vacca di ferro”, l’unico poema sulla lotta
operaia delle Reggiane. Con le sue poesie post-resistenziali aveva
vinto anche concorsi nazionali, era anche scultore poi si è
innamorato del cinema ed è diventato un bravo documentarista. Ho
regalato le sue opere alla Biblioteca Panizzi perché documentano
bene la realtà reggiana.
Quindi è figlio d’arte?
Siamo, mio fratello è fotografo. Sono sue le immagini inserite nel
mio primo libro. Se oggi scrivo, gran parte del merito va proprio a
mio padre che mi ha fatto conoscere la poesia mettendomi in mano un
libro di Neruda a 14 anni. Una volta portato a termine l’incarico
di presidente di Legacoop, ho rallentato i ritmi e adesso ho più
tempo per sperimentarmi. Prima scrivevo di notte, in qualsiasi
condizione, anche sul blackberry, alle tre del mattino, adesso è più
un lavoro di ricerca, come quest’ultimo testo.
C’è un vocazione Zen nell’approdo all’haiku?
No, nient’affatto. E’ un modo di esprimersi che ho voluto
sperimentare altrimenti rischiavo di ripetermi: per andare avanti
bisogna rompere gli schemi, anche mentali. Mi ero accorto che ad
eccezione di una parte importante di lavoro sull’identità e sulle
radici, rischiavo di ricadere nell’aspetto intimo con forte
venatura malinconica che mi contraddistingue. Avevo scritto oltre 150
haiku poi insieme all’amico Giovanni Nicolini e a Franco Nasi
dell’Università di Modena, abbiamo ridotto il numero. Accetto
sempre di mettermi in discussione quando capisco che il contributo
dato rafforza l’operazione culturale.
Che sensazione le lascia scrivere?
Mi fa stare bene con me stesso, nello scrivere poesie ritrovo un
forte senso di vita, quella curiosità intellettuale che ti mantiene
vivace e ti porta a sperimentare nuovi linguaggi. La cosa più
emozionate non è vendere poco o tanto ma trovarsi con 30 o 40 amici
e leggere insieme le poesie: il bello sta nella condivisione. Dopo
aver avuto una vita molto impegnata, ho il tempo di trovare nuova
dimensione: la poesia è la risposta al tempo che trascorre così
velocemente.
Ma…tutti possono scrivere?
Sono dell’idea che la poesia si trovi per strada, camminando in
centro o immersi nella natura, stando con le persone, quando sei
addolorato come quando sei innamorato, al colmo della felicità. E’
decisamente da tutti e per tutti, maggiormente per le donne. Ho
notato che in fatto di poesia sono decisamente molto brave, perché
hanno una sensibilità diversa. L’ho provato io stesso, i riscontri
più sensibili e attenti al mio lavoro sono arrivati proprio dalle
donne, capaci di emozionarsi e allo stesso tempo di esprimere giudizi
molto diretti.
F.M.