ReggioNelWeb.it n. 196 del 14/11/2006
L’abbiamo incontrato questa estate a Kumasi, la sua città natale, rincontrato a Reggio, dove è tornato a novembre per passare le sue vacanze.
Paul Poku, 34 anni. Dopo aver studiato filosofia in Ghana, è venuto in Italia per ordinarsi sacerdote. Mentre studiava nel seminario di Reggio Emilia, ha seguito la comunità di ghanesi immigrati a Reggio e Modena, prestando servizio pastorale anche in città come Verona, Vicenza e Treviso: qui i ghanesi immigrati non avevano riferimenti spirituali. E dopo sette anni in Italia, Padre Paul è tornato in Ghana: c’è bisogno di lui per seguire la parrocchia di Offinso, un insieme di 25 villaggi dispersi fra campagna e foresta, a circa 30 chilometri da Kumasi, la seconda città del paese. Un’ora e più di jeep, fra buche, terra rossa e file interminabili di veicoli per i perenni lavori sulla strada asfaltata a pezzi. Anche se là alla messa si canta, si suona e si balla.
Come è stato tornare in Ghana dopo aver passato sette anni in Italia?
All’inizio non è stato semplice, soprattutto perché dopo l’Italia, mi sono ritrovato a Offinso, una parrocchia poverissima, dove c’è bisogno di andare e bussare alla persone, far sapere che c’è la messa, creare delle attività per i bambini. Io sono contento perché mi piace aiutare le persone e a Offinso posso anche insegnare Etica all’ospedale, ma l’impatto non è stato facile.
Cosa ha significato tornare in Ghana?
Dopo sette anni qui ho capito diverse cose. La vita occidentale e lo studio della filosofia mi hanno insegnato molto. In Italia ho capito cosa significa vivere in un paese dove esistono categorie di pensiero moderno e si arriva a vedere attraverso il ragionamento. In Africa queste categorie non ci sono. La gente non vive e non pensa in modo speculativo, ma si affida ad una specie di provvidenza: aspetta per vedere cosa fare, non cerca di anticipare. Non è abituata a farlo. In Italia si corre e si agisce secondo uno schema logico, in Ghana questo schema non c’è. Da noi non esiste nemmeno la categoria del tempo: il tempo non condiziona le nostre vite. Qui è esattamente l’opposto. In Italia ho dovuto abituarmi alla concezione del tempo. In Ghana mi ritrovo a fare i conti con l’assenza della variabile tempo.
E’ cambiato qualcosa in Ghana in questi anni?
Le città sono più grandi. Ci sono più scuole e bambini che le frequentano. Alcune persone sono diventate ricchissime, la maggior parte è rimasta povera, se non ancora più povera. Il governo è più democratico. Le persone sono cresciute, ma non come africani: imitano sempre la cultura americana. Stiamo perdendo la nostra cultura tradizionale.
E come si è trovato a Reggio dopo nove mesi ad Offinso?
Ora rivedo i tanti sprechi dell’Europa. Dopo nove mesi fra la povertà da sopravvivenza, qui noto il consumo oltre il necessario. E pensa a chi in Africa si fa fatica a mangiare.
La fa arrabbiare?
No, capisco quanta ingiustizia c’è al mondo.
Si può risolvere questa ingiustizia?
Solo se i paesi che hanno di più sono pronti ad aiutarci. Non per darci soldi, ma per insegnarci come migliorare. E’ ora di aiutare l’Africa a crescere: in Africa comprate a poco e qui lo rivendete a tanto. Non basta donare, bisogna investire su di noi.
Cosa manca al Ghana per migliorare?
Un atteggiamento diverso. Le persone devono essere disponibili a migliorare, a cambiare il loro modo di lavorare. Le scuole sono la base del cambiamento perché lì si deve insegnare a diventare autonomi, a valutare le situazioni da diversi punti. Un ghanese oggi fatica ad immaginare una sedia con uno schienale morbido: prima deve vederla. Per questo spero che internet sia utile per portare spunti di innovazione. Oggi mancano le opportunità e gli stimoli ad inventarsi: manca la concorrenza che in fondo è il motore della creatività.
Le persone quindi non vogliono cambiare?
Non si tratta di volontà, ma di capacità. La gente non sa come deve fare. Le persone non hanno gli strumenti per intraprendere nuove strade. La maggior parte di noi non è mai andata a scuola. E’ vero, la nostra gente non muore di fame, ma è povera e non può accontentarsi di sopravvivere: deve poter vivere meglio.
In Italia, cosa le mancava del Ghana?
La vita nella comunità. In Ghana non esiste il concetto dell’IO. Nessuno dice “Io ho” ma dice “noi abbiamo”. Il noi è la famiglia, una famiglia fatta di genitori, fratelli, sorelle, cognate, cugini, parenti di sangue e acquisiti. La famiglia è il clan, la comunità. Mi mancava la gioia di stare insieme, del fare la messa, il sorriso della gente che sorride anche se non ha nulla.
E in Ghana, cosa le manca dell’Italia?
Gli amici che ho incontrato a Reggio e nelle città dove ho vissuto e lavorato. La possibilità di risolvere in fretta i problemi, dal meccanico all’ospedale. Un auto che funziona, la strada asfaltata e la facilità di spostarsi. L’Italia è la mia seconda casa.